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La presunta “ratifica” della Carta Europea delle Lingue regionali e minoritarie di qualche settimana fa, nonostante qualche scivolone di interpretazione procedurale e l’ottimismo ingiustificato dell’ufficio stampa del Governo di Roma, ha scatenato una nuova ondata di interesse per la questione mai sopita, e però mai esaltata, della nostra lingua “regionale”. Tutto sommato, anche se la vicenda politico-giuridica è ancora da definire, è stato un fatto positivo proprio per questo afflato di nuovo affetto per la questione linguistica sarda. Quando si accendono i riflettori su questa vecchia ferita che non vuole rimarginarsi, è sempre un bene. Perché per il resto, poi, la vita quotidiana di chi si occupa di politica linguistica in Sardegna, è grama tra polemiche inutili, indifferenza diffusa e sufficienza di giudizio e di impegno. Conoscendo la natura rispettosamente deferente del senso comune dei sardi, anche della classe dirigente, nei confronti delle gerarchie e dei profili istituzionali, soprattutto romani, non c’era dubbio sul fatto che una presa di posizione, anche se minima, da parte del Consiglio dei Ministri, avrebbe provocato una nuova e superiore sensibilità nei confronti della politica linguistica della lingua sarda, tema solitamente ritenuto non prioritario nell’agenda politico-giornalistico-sociale. Sensibilità, purtroppo, a volte, effimera. A torto, secondo me, ma si sa il mio è un parere di parte di una professionalità giudicata, e ritenuta da alcuni, troppo “militante”. Qualsiasi cosa ciò voglia dire di un tecnico professionista in un settore spesso poco scandagliato da quelli che contano veramente. E’ così è stato. Il Governo Romano compie un piccolo e tardivo passo in avanti nel riconoscimento di diritto (perché di fatto la questione è molto controversa) per la lingua sarda (e quella catalana di Alghero) e ciò provoca un moto di entusiasmo, un rinnovato interesse e la ripresa di infinite discussioni. Speriamo che non segua il silenzio e l’inerzia, soprattutto degli intellettuali, anche quelli solo italofoni e italografi, quelli che dovrebbero denunciare i soprusi culturali, ma che sul rischio che la nostra lingua si estingua spesso preferiscono tacere. In genere, infatti, sul merito della politica linguistica non si parla. Si sbraita invece spesso per offendere gli operatori che, come è noto, sono solo <incompetenti, ignoranti e imbroglioni interessati al denaro più che alla vicenda linguistica e culturale>. Più volte, in questi anni, abbiamo sentito questa accusa. Non suffragata da prove, ma si sa, gli stereotipi viaggiano automuniti. In mezzo alle varie banalità da “bar dello sport” colpisce però soprattutto il silenzio reiterato dei media, o la sordina malcelata (che è lo stesso), di quelli che potrebbero dettare l’agenda politica, ma che non ritengono la questione “rilevante”. Il più delle volte.
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